Ci comunicano da Parigi, 6 Settembre 1916:

«La Censura Francese ha proibito la rappresentazione dei films del Cuore di Edmondo De Amicis, editi dalla Gloria Film di Torino».

A Sua Eccellenza l’On. Tommaso Tittoni
Ambasciatore d’Italia a Parigi

Eccellenza,

Dovete essere così sopraffatto di lavoro (rubo la frase a De Amicis, dall’esordio di una sua lettera che mi è sacra), così oppressò da cose, di queste nostre tanto più importanti, ed assimilato da uomini di me tanto più autorevoli, che io non avrei dovuto distogliervi, neppure per un batter di palpebre.

Ma Vi so, per bocca del vostro illustre congiunto e mio ottimo fratello d’armi Giannino, un Titano di attività ed una raro esempio di cortesia, e per ciò questo mio ardimento epistolare si lusinga potersi adagiare sui motivi di «buona scusa».

Sarò breve, del resto, e molto esplicito, come si conviene alla preziosità del vostro tempo, al valore della causa che sottopongo al vostro illuminato acume ed affido — per una sua immediata tutela — al vostro alto senno ed ai vostri preclari poteri di primo cittadino italiano nel bel suolo di Francia.

L’ufficio di revisione cinematografica francese ha impedito la proiezione nelle sale dei pubblici spettacoli delle films ricavate dal Cuore di De Amicis.

Non si conosce ancora la motivazione del censore di primo scrutinio a suffragio di un siffatto provvedimento eccezionale.

Si sa, per altro, che in nessun paese del mondo — Italia inclusa, dove pur Nonna Censura è agghindata colle brune vesti d’Atropo — tale proibizione è stata emessa: non Vi nascondo, Eccellenza, l’impressione deleteria che la notizia del Veto ha provocato, più che nel ceto industriale, nella gran massa del pubblico.

Disgraziatamente — in difetto di una organizzazione industriale italiana — della produzione cinematografica che valica i confini della Patria, e per quel costante e deplorevole andazzo che ammanta del grembialone del pizzicagnolo i produttori delle opere dell’ingegno nostrano, nei raffronti della loro tutela all’estero, la stampa professionale italiana e quanti — come me — hanno serbato intatto il culto per l’arte ed il rispetto per i suoi magnifici sacerdoti anche nel campo del cinematografo, debbono intervenire a dar buona battaglia.

La quale battaglia, però, prima che possa dilagare in fiumi d’inchiostro e in scoppi di polvere di sdegno, deve essere — a mio giudizio — limitata ad un pronto lavoro d’indagine e di controllo, giacchè è pur sempre a malincuore che s’impugnano le armi contro i fratelli spirituali; e poiché un intervento di grande efficacia, come quello dell’Eccellenza Vostra, nel merito della buona causa che Vi vorrei affidata, può ridurre alle proporzioni di un chiaribile equivoco l’atto d’avventatezza compiuto dai poteri governativi francesi in materiale danno d’un lavoro d’arte italiano ed in più grave danno verso un Maestro delle lettere che gode popolarità e ammirazione in tutto il mondo civile, anche dopo il suo immaturo trapasso.

Notate, Eccellenza, che proprio in Francia, e precisamente da Parigi, ci è venuto lo stimolo ad insorgere, e che la dolorosa meraviglia suscitata dal censore parigino, prima che noi, ha percosso la mente ed i cuori dei nostri amici di Francia. I quali ci hanno indicato la via da noi oggi seguita con trepidazione pari alla sorpresa, come l’unica che adduca ad una riparazione del mal fatto, o, se volete meglio, ad una semplice rinnovazione di giudizio, per provocare una sentenza d’appello di piena assolutoria.

Voi saprete, Eccellenza, che Grands Cœurs è libro di testo nelle scuole elementari francesi: e che a controllo delle films ricavate dai nove gioielli di novellistica d’amore, contenuti nel gran libro dell’autore di Lotte Civili, ed eseguiti dalla « Gloria Film » di Torino, hanno presieduto Ugo De Amicis e l’On. Giuseppe Bevione.

Voi saprete pure come fra le prime pellicole da adottarsi per il contributo cinematografico nell’insegnamento didattico, figureranno queste del grande educatore; né Voi potete dimenticare, Eccellenza, ammesso che non ne siate edotto, che i sacrifici finanziari fatti dalla Casa editrice per riuscire ad affidar degnamente il Cuore allo schermo, sono stati di gran lunga superiori ai benefici ottenuti, se ne togliete quelli di un’intima soddisfazione.

E finalmente Voi, Eccellenza, che non ignorate di certo, ancorché l’argento brilli sul vostro capo, il contenuto morale dei racconti del De Amicis, non potrete non ricordare — se pure en passant — che la moralissima censura francese ha permesso l’edizione di quel capolavoro di delinquenza minorile che s’intitola Fantomas.

Censurare un solo racconto del Cuore, significa pertanto distruggere l’unico fiore di bellezza in un rimarchevole campo di gramigna: significa negare al bello la sua veste stellata, negare al sacro il suo diritto alla vita, distruggere le voci di virtù e d’amore, soffocare nel cuore e col Cuore tutti i palpiti di tenerezza e colpire alle spalle la nostra industria che vive soprattutto attraverso le vie del libero scambio.

Ma c’è un altro fatto sintomatico che ci opprime il pensiero e lo rende quasi colpevole di grame supposizioni.

Abbiamo visto una clausola di contratto franco-italiano per l’exploitation dei nostri films in Francia, che suona grave minaccia per l’avvenire.

Pare in sostanza che i noleggiatori della merce cinematografica straniera in Francia, paventino la messa in vigore di un decreto ministeriale che sarebbe un ukase di vecchio e ben affilato «stile».

I films positivi che costituiscono le copie importate dall’estero, dovrebbero — secondo paventa il noleggiatore — essere stampati su nastri ininfiammabili.

E poichè il noleggiatore parigino reputa possibile — non solo — ma crede imminente questo decreto, così si limita a dichiarare nei contratti coll’editore italiano che — in caso d’avvento — esso editore dovrà riprendersi la merce infiammabile — anche se già abbondantemente sfruttata — e rinnovarla al noleggiatore con altrettanti rotoli di film immunizzato.

Eccellenza,

Non è il caso di chiarirvi l’impossibilità di accoglienza ad una siffatta clausola; è invece il caso di richiamare la vostra attenzione sulle conseguenze di questa minaccia che da vari anni pende come spada di Damocle sul mercato del libero scambio, ma che proprio «ora » si dispone a caderci fra capo e collo.

Nelle presenti condizioni di crisi create alla nostra industria dal flagello della guerra, mentre nessun barbaglio di luce tende a bucherellare di speranza il nostro orizzonte industriale e commerciale, un tale decreto significherebbe — senza ambagi di parole — la clausura improvvisa delle frontiere di Francia alla nostra produzione.

D’altra parte, se i noleggiatori francesi, che vivono regolarmente in contatto con i pubblici poteri cinematografici parigini, affacciano di questi dubbi e ne fanno oggetto di clausola aggiunta ai contratti stipulati di massima un mese addietro, significa che essi hanno buone ragioni per esserne allarmati e pensar di correre ai ripari.

Non poniamo pur mente alle qualità di questi ripari che ci sembrano semplicemente vessatori; occupiamoci invece di chiarire la situazione che si abbuia giornalmente e che offusca ogni onesta e doverosa intenzionalità di miraggio da parte nostra.

Un recente dibattito giornalistico — che volemmo rapidamente sopito — molti altri e non ingiustificati allarmi aveva gettato nel nostro campo industriale e ci aveva fatto intingere la penna di buon inchiostro.

Ma i due fatti odierni sono tali da aumentare non la nostra paura d’importatori di films in Francia, ma il nostro doloroso stupore per il metodo di usar restrizioni che par voglia erigersi a sistema in un paese sacro alla libertà, limpido d’idealismo, forte e temuto in tutte le manifestazioni della vita e della morte.

Noi crediamo fermamente nella fraternità dei due paesi latini: noi vediamo ingigantirsi di ora in ora la grandezza di questa Francia di eroi e ne proviamo una commozione pari all’ammirazione: noi abbiamo da lunghi anni abituato il nostro pensiero a pulsare d’esaltazione per tutto quanto la Francia mostra di genio e di attività, di sacrificio e di splendore e nel campo artistico industriale che ora più c’interessa, la consideriamo maestra.

Ma noi non possiamo spogliarci di ogni legittima arma di difesa, allorquando si attenta, sotto l’usbergo di un provvedimento inconsulto, a violare le ragioni del diritto, il dominio della sincerità, il prestigio di una forza, senza motivi lontani, né prossimi, ad una dritta giustificazione, e ci sentiamo un groppo alla gola, un raccapriccio che ha un sapore di lagrime, ogni qualvolta ci occorre di dover forzare il nostro animo ad una qualunque rivolta, come ora ci accadde.

Eccellenza,

Raccogliete con questo scritto, non un guanto di sfida o un’intenzione di rappresaglia tra le vostre provvide mani, ma tutto il migliore del nostro patrimonio intellettuale, che difende il più squisito patrimonio letterario del genio italico; tutto il contributo di sincerità che vuole liberato da un incubo gli amichevoli rapporti commerciali italo-francesi e poichè Voi potete, per l’autorità del vostro nome, per la elezione del vostro posto, per le virtù del vostro senno, interporvi a riparare, prevenire e provvedere, chiarire e ravvedere, accogliete da questo nostro periodare le fiammanti parole della purificazione e ripetete col verbo della fraternità quello della giustizia.

Grazie, Eccellenza, per quei molti che non osano, per quei moltissimi che si adattano in un mormorio più colpevole ancora, e per quest’umilissimo che ha osato, con la sua voce più schietta.

Ed avrete anche una volta ben meritato della nostra fiducia e dell’aspettazione di chi lavora e lotta per la consacrazione universale di una delle più belle energie della Patria.

Umberto Paradisi.

Torino, 7 Settembre 1916