Nella penombra della piccola sala correvano mormorii di curiosità e
d’interesse; brevi frasi, a bassa voce, commentavano: — Ah, ecco lui, adesso! — Che faccia d’impunito! — Io lo piglierei a scapaccioni. — E nell’ampia riquadratura della scena illusoria il dramma si svolgeva. Si allungavano le linee prospettiche di una via alberata, si avanzavano persone dall’andatura frettolosa o di aspetto indifferente, fresche e azzimate ragazze, un facchino con la carriuola a mano; un tram elettrico, un gruppo di ufficiali, due preti che scomparivano rapidamente al momento di uscire dalla tela e precipitar in platea, diventati enormi per la vicinanza, spaventevoli quasi. Ma laggiù, in fondo alla contrada, sinistro e sospettoso, egli sbucava improvvisamente da un angolo di chiosco, traversava la via guardandosi attorno, entrava in un portone. Immediatamente la via dileguava. L’uomo sinistro saliva ora un nitido scalone signorile, e, come egli saliva, la scala saliva con lui o meglio discendeva, nascondendo successivamente, nel nero della cornice, le branche oltrepassate e presentando ai passi cauti e leggeri dell’intruso altre branche, altri pianerottoli, altre porte di appartamenti. Siamo al terzo piano, l’uomo picchia, la porta si apre; compare una cameriera. Poche parole, vale a dire pochi gesti: sono d’accordo. La cameriera prende il denaro che egli le porge e lo lascia entrare. Una istantanea vibrazione, e al posto della scala è una camera sontuosa; nella camera una culla coperta di veli e di merletti. L’’estraneo vi corre diritto, rapisce il bambino, lo nasconde sotto il pastrano, se ne va con un ghigno trionfale.

— Infame! — grida qualcuno dalla platea.

Altre volte l’azione è più vasta, dura molti anni, un po’ meno tuttavia di quella Vita di un giocatore, che ne comprendeva trenta nei suoi cinque atti, ed ebbe l’onore della lode di Giuseppe Mazzini, quando l’indomito agitatore italiano, per disciplinarsi probabilmente alla pazienza, faceva il critico drammatico. Così ultimamente mi capitò di assistere alla lunga e commovente istoria d’una bella figliuola dell’Agro Romano, sedotta dal padrone. In assenza del padre l’ingenua villanella permette al signore di entrare nel tugurio; il vecchio ritorna improvvisamente, e il padrone se la svigna da una finestra. Ma nella fretta egli ha lasciato un indizio d’accusa, il suo carniere da cacciatore. Il vecchio maledice e scaccia l’imprudente figliuola, che ripara a Roma, dove il signore, giovine e ricco mercante di campagna, largheggia con lei in tutte le soddisfazioni della vanità e del lusso. Intanto è nata una bambina. Sarebbero felici, ma il signore deve prender moglie. Per liberarsi di lei, le offre un fascio di biglietti di banca, naturalmente rifiutati con quel nobile disprezzo che a teatro piace tanto alle persone più avide e meno scrupolose. Sopraggiungono i guai: la soffitta, la penuria, la malattia mortale della bambina. Il pensiero della derelitta vola angosciato all’infedele, che si apparecchia alle nozze. Una proiezione sulla parete di fondo della soffitta precisa. questo pensiero in un salottino elegante, dove il traditore fa la corte alla ricca fidanzata. La bambina muore, e il coltello della tradita, che colpisce il seduttore mentre esce dalla chiesa dando il braccio alla sposa, giustifica il titolo di Nozze tragiche imposto alla composizione.

Mentre i quadri si succedevano, una brava donnetta popolana spiegava al marito le varie parti e le ragioni del dramma; dandogli anche notizie che rivelavano l’assidua frequentatrice di cinematografi.

— Guarda la sposa, — gli aveva detto alla scena della firma dei capitoli, — è quella che l’altra sera faceva Pierrot.

Alla fine, dopo la pugnalata, riassunse il suo giudizio in un’esclamazione sincera:

— Poveretta! E che doveva fare con un assassino come quello lì?

Per lei l’assassino era l’assassinato. La sua pietà per la tradita era inesorabile per l’ucciso.

Il viaggio alle stelle

Ma io ripensavo alla osservazione precedente: « La sposa è quella lì che l’altra sera faceva il Pierrot ». Come in un vero teatro, gli spettatori del cinematografo dividono la loro simpatica attenzione fra il personaggio e l’attore, si abituano a distinguere l’artista dalla parte; finiranno presto, Dio ci scampi e liberi tutti, col creare una nuova critica teatrale. E poiché ogni critica presuppone un’arte, abbiamo dunque una nuova arte rappresentativa co’ suoi diversi stadi di concezione, di elaborazione, di esecuzione: l’identità personale della sposa delle Nozze tragiche e del Pierrot di uno spettacolo precedente, affermata dalla popolana romanesca, mi ci aveva fatto badare. Il fatto era ovvio, naturalissimo: non era la scoperta dell’America, ma gareggiava almeno coll’uovo del suo scopritore. Per simulare le parvenze di un palcoscenico, bisogna che ce ne sia uno vero, con gente che vi faccia a un dipresso ciò che durante le prove fanno ordinariamente attori, attrici, mimi, mime e ballerine, fra la ribalta e la tela fondo. Ma che gente era, dove stava, donde veniva, come era disciplinata e allenata? Sul manifestino trovai un’indicazione: Società Cines, prima casa italiana di cinematografia. Domandandone, seppi che bisognava andare fuori di porta, in un sentiero ancora campestre, presso la via Appia nuova. Così, il giorno appresso, mi trovai dinanzi a un piccolo avancorpo di muratura che metteva in una vasta sala di vetri e di ferro; quaranta gradi alle undici del mattino. La cortesia dell’ingegnere Pouchain e del signor Alberini mi fece presto passare alle siberiane temperature dei sotterranei per gli sviluppi e lavaggi, dove al barlume rosso d’infernali lampade elettriche s’intravvedono ombre maschili aggirantisi nell’ombra, forme incerte femminili curve sopra misteriosi telai e stretti banchi per la colorazione. Ma risalendo verso i quaranta gradi, scorsi in una cameretta; da una porta socchiusa, una donna che finiva di stringersi alla fronte una benda monacale e si assestava un soggolo, guardandosi nello specchio: la cameretta era un camerino di attrice.

Rientrati nella sala di vetri e di ferro, lessi in un cartello: « È severamente vietato di fumare in teatro ». Finalmente! Quella proibizione mi riportava in paese di conoscenza. Anche lì, con tanto ferro, con tanto vetro! Il signor Velle, noto prestigiatore francese che ha scambiato il trucco dei bussolotti col trucco della cinematografia d’invenzione, mi fece capire che il fumo era pericoloso per le sue nuvolette, che passando dinanzi all’obbiettivo, potevano alterare la precisione dei quadri. Tuttavia la spiegazione terminò con l’offerta ospitale di una sigaretta. Cercai d’informarmi sulle fonti delle composizioni. E seppi così che son quasi sempre letterarie; novelle fantastiche, libri di viaggi, racconti storici, romanzi d’appendice: Giulio Verne o il Wells danno lo spunto, il resto viene più o meno spontaneamente secondo le possibilità della tecnica, la quale è costretta ad arrestarsi talora dove la penna dello scrittore con una goccia d’inchiostro riesce a dar consistenza all’assurdo, e in compenso vince spesso il barone di Munkhausen nelle più audaci sfide a senso comune. Esempio, l’ascensione a una stella in una gigantesca bolla di sapone. Gli errori giudiziari, i furti più sbalorditoi, gli incantesimi e le trasformazioni a vista di luoghi e di persone, le fiabe e le leggende, il possibile e l’impossibile, l’esistente e l’inesistente, tutto passa dall’immaginazione alla pellicola, purchè si riesca a inventare il trucco. Questo è il segreto del mestiere, e il mestiere non può esercitarsi senza la collaborazione intelligente di abilissimi fotografi capaci, mercè ingegnose, imprevedibili sostituzioni e sovrapposizioni, di evocare. dal fondo di un carciofo l’imperatore della Cina, o di trar fuori da una busta da lettere un comizio di tramvieri scioperanti. Le corse sfrenate, le fughe anelanti per città e campagne, per tetti e montagne, appartengono oramai alla topica comune del genere. Tutti vi ricorrono come i poeti da dozzina al rimario. Ma per riuscire a far il sonetto con un bel botto, il rimario non basta. E al cinematografo bisogna saper rinnovare il vecchio motivo della fuga affannata con inattese variazioni.

La sala s’era andata popolando. Oltre gli operai e gli artisti di casa che dipingevano scenari, martellavano, inchiodavano, trasportavano quinte e cantinelle,. entravano e uscivano continuamente altre persone dall’aspetto strano e annoiato; uomini pallidi, rasi, con qualche affettazione di accuratezza o di studiata negligenza nel vestire, donne dagli occhi ingranditi col bistro, le labbra troppo rosse, il volto coperto di cipria, messe con eleganza vistosa o con la sciatteria di chi si sveglia tardi e non ha tempo da perdere alla toilette. Una signorina che recitava in un teatro della città aveva mandata una lettera di scusa per ricusare una parte alquanto leggera… di abbigliamento. Gli altri e le altre andavano a vestirsi o a svestirsi con filosofica lentezza di gente abituata. Erano gli attori e le attrici, per lo più attori o attrici di professione, che profittano dei giorni e delle ore di libertà o delle involontarie vacanze o pure abbandonano la prosa, l’operetta per scritturarsi al cinematografo.

L’interno del teatro di posa

La scena in fondo alla sala si allestiva con diligenza minuziosa. In un bricco; sopra un vassoio, fumava della cicoria autentica che doveva essere bevuta con una sincera smorfia di disgusto. Il direttore stesso s’era cincischiata una testa grottesca di troupier francese per una macchietta buffa. In mezzo al teatro, a poca distanza dalla scena, dietro un riparo triangolare di legno bianco, erano il cinematografo sul cavalletto, e l’operatore pronto, nel suo lungo camiciotto di tela.

E la prova cominciò. Il signor Velle esponeva prima il soggetto, nel suo italiano facile e rapido lievemente orlato di pronunzia e parole francesi, accennando i gesti della mimica, ripetuti dagli attori e modificati via via, quando non apparivano abbastanza significanti e sicuri. Occorrendo, il direttore ricominciava, si metteva al posto occupato dal personaggio, faceva le controscene. Poi quando tutto procedeva regolarmente, entrava anch’egli nel triangolo con l’operatore fotografo, e la macchina si metteva a girare. Se il quadretto appariva bene riuscito, con un’altra macchina fotografica ordinaria lo si fissava per i cataloghi da spedire nelle città italiane e all’estero. La Spagna e l’America latina sono molto aficionadas di cinematografie.

È difficile immaginare quanta pazienza sia necessaria per ottenere qualcuno di quegli intermezzi comici che passano quasi inosservati. C’è il caso che l’attore; dopo averci ripensato, ricusi di ricevere sulle spalle la secchia d’acqua che espone la sua immagine alle risate dei bambini e la sua persona a un’infreddatura. C’è il caso che un’attrice sia presa da scrupoli, come quelli di cui ho già fatto menzione. La gelosia di mestiere imperversa anche dinanzi alle pellicole: ci sono ombrosità di prima donna e pretese di ruolo come all’Argentina o al Manzoni.

In conclusione, come dicevamo, una vera arte nuova; sebbene di ambizioni estetiche modestissime, abbreviazione e contraffazione d’altri spettacoli, ma insomma nuova, e giunta all’ora sua, perché i nostri contemporanei se ne contentano come di tutto ciò che è rapido ed economico. Il cinematografo sta al teatro, come il bar al caffè di vecchia maniera; né il teatro, né il caffè risentono troppo i danni della concorrenza. Chi si ferma un momento al banco di un bar non è l’avventore abituale di un caffè, dove non si va solo per prendere una ghiacciata; chi ha una mezz’ora solo da perdere e venti centesimi da spendere, non andrebbe mai allo spettacolo che dura tre ore e costa tre lire.

La cinematografia d’invenzione è un dramma per gli occhi; deve quindi fuggire tutte le complicazioni psicologiche. I mezzi di cui si serve col sostituire l’immagine muta e impalpabile alla concretezza tangibile dei personaggi dialoganti e delle cose solide e consistenti, l’obbligano a non uscire da certi schemi convenzionali, ma gli permettono pure di rincarar la dose dell’illusione e di spingersi fino agli ultimi limiti dell’inverosimile, sebbene dall’altro lato possa poi correre a sorprendere le realtà della cronaca nell’atto stesso che si formano: cerimonie ufficiali, inaugurazioni e cortei, feste e funerali, disastri e processioni. Ma lasciamo da parte la cronaca e la realtà. Il progresso tecnico riuscirà a stupefacenti risultati in questo ramo principale della cinematografia quando si sarà ottenuto di sopprimere il tremolio, aumentando il numero delle battute (che per ora è di sedici al minuto secondo, salvo i casi di condizioni particolari in cui si può arrivare a venti e anche venticinque), e conseguentemente anche la velocità di svolgimento agli occhi dello spettatore (che adesso percepisce venti figurazioni successive ogni minuto primo). Anche ai drammi e alle commedie cinematografiche gioverà il progresso tecnico, se non altro a rendere più fermi e risoluti i movimenti del corpo umano, che per ora non di rado appare sulla tela in un parossismo. d’imitazione forsennata di Ermete Zacconi negli Spettri. Però l’arte di costruire azioni fantastiche, drammatiche, comiche per il cinematografo non può esser modificata nella sua sostanza dalla possibilità di moltiplicare le battute e le percezioni visive dello spettatore. I suoi mezzi d’espressione non muteranno col miglioramento dei mezzi di riproduzione. I suoi caratteri e i suoi elementi essenziali rimarranno gli stessi: argomenti semplici, d’immediata intelligenza, rapidità estrema di condotta, parsimonia di mimica per evitare confusioni, esagerazione di pochi gesti necessari per conseguire la maggiore evidenza. Tutt’al più un perfezionamento ancora lontano e problematico del fonografo permetterebbe una gesticolazione meno esagerata, associandosi, meglio che non sia stato finora tentato in qualche parziale imitazione del teatro lirico, al cinematografo, con la parola, parlata o cantata. Allora dalla mimica si risalirebbe verso il dramma vero o la vera commedia, nonché all’operetta e, se Dio vuole, magari a un completo Barbiere di Siviglia o a un’intera Traviata. Ma la pura cinematografia, nell’ambito suo speciale, non può proporsi che la finzione mimica, anzi la finzione della finzione, risuscitando la pantomima dei romani, ignota ai greci e quasi abbandonata da noi, almeno per gli argomenti seri. L’unico spettacolo di larghe proporzioni al quale può pretendere il cinematografo, senza contaminazioni di espedienti alieni, è il ballo. Con rotoli enormi di alcuni o parecchi chilometri di pellicole, invece del massimo di cinquecento metri o poco più a cui intanto si è arrischiato, si sosterrebbe senza difficoltà uno spettacolo coreografico della durata di una, due ore o più, per un gran teatro, con una magnificenza d’apparato che non metterebbe in pericolo la cassetta dell’impresario. Una forte macchina di proiezioni, quattro, cinque, seimila metri di films, una discreta orchestra, e non occorrerebbe altro. Ma ne sarebbero soddisfatti gli abbonati delle poltrone?

Si rassicurino le ballerine. I teatri, dove il ballo è ancora una rispettata tradizione secolare, hanno buone ragioni di conservarla nella sua positiva integrità di polpe naturali o posticce; negli altri è dubbio che l’entusiasmo, negato ai passi a due di carne e d’ossa, si ridesti per le proiezioni.

Avevo assistito la mattina alla gestazione dello spettacolo; volli far la controprova di sera. Mi accadde su per giù quello che accade a chi, fra un atto e l’altro, torna al suo posto dopo aver fatto una visita al protagonista o alla protagonista di una prima rappresentazione. Se la commedia è buona, poco monta di aver visto i barattoli del bianco, del nero, del rosa e l’attore che si veste. Io sapevo oramai come e in qual modo il vizio sia punito e l’innocenza trionfi anche al cinematografo, ma le peripezie di un pover’uomo accusato dalle apparenze di un delitto commesso da un altro mi sembrarono egualmente piene di movimento e di colore.

Pittoreschi paesaggi si avvicendavano, spaventevoli scalate, discese vertiginose, ostacoli impreveduti tenevano sospesa e acuivano la curiosità popolare, che seguiva ansiosa l’innocente fra balze e dirupi, insidie e burroni, abissi e agguati. Lo credono colpevole; lo vogliono morto, nessuno ha pietà di lui. La polizia gli si accanisce contro, aizzata dal vero uccisore, che è un uomo ricco, stimato e ossequiato da tutti. L’infelice si arrampica, salta, si getta giù da alture raccapriccianti. Invano! Dinanzi a lui, sulle sue orme, da per tutto è la vendetta sociale, è la cieca giustizia degli uomini che lo ha giudicato e condannato prima di sapere se egli sia o no l’autore del misfatto. Egli è preso.

Io credo che il silenzio in cui si agitano le varie figure, in un momento simile, giovi piuttosto che nuocere all’effetto. Le voci umane, le parole, se non hanno il vigore e la potenza di rafforzare la situazione, spesso con l’enfasi che fa cecca e la volgarità che guasta, distruggono la sensazione che si vuol produrre. Lo sproposito dell’autore, la papera dell’attore attendono al varco il dramma da arene, nell’ora trepida della crisi. Qui per contrario ogni personaggio agisce; nessun timore di tirate ridicole e pistolotti a contrattempo. Il deus ex machina arriva modestamente senza strepito da una porticina che si schiude per lasciar passare un fanciullo. Non visto, il fanciullo ha assistito all’orribile delitto. Egli conosce il reo, egli sa che l’accusato è innocente. Il giurato colpevole, atterrito, si alza per fuggire, ma i carabinieri lo afferrano. L’innocente dalla fisonomia torva alza gli occhi al cielo e ringrazia Iddio, tendendo le mani verso il fanciullo salvatore. Le due innocenze si abbracciano. Oh, gioia! Tutto sparisce, e la luce risplende nella sala come nei cuori. Una signorina accanto a me ha gli occhi pieni di lacrime e le labbra aperte al più dolce sorriso.

Va via, verosimiglianza! Che c’importa di te, al cinematografo? Finchè ci saranno a questo mondo anime tenere, signorine i cui occhi si empiano di lacrime a coteste trasposizioni grafiche del vecchio romanzo di appendice, è inutile che tu brontoli, verosimiglianza! Purtroppo quella sensibile fanciulla ti ritroverà al canto della via e dovrà piegarsi alle leggi della vita che l’obbligano forse a passar dieci ore in un’amministrazione di commercio, al banco di un negozio, nell’aridità delle cifre, nella monotonia di un ufficio di copiatura a macchina; ma lascia che per venti minuti, ogni tanto, ella si esalti e si creda in un mondo diverso nel quale i fiori aprono i loro calici per effondere nell’aria piccole fate, nel quale le ingiustizie si riparano col solo incomodo del crepitio che scandisce lo svolgimento di una pellicola. Verrà l’ora del tramonto anche per questo repertorio così bonariamente ottimista, così ingenuo, così primitivo. E quando gl’incantesimi avranno perduta la loro magia, quando gli eroismi di maniera, le sventure convenzionali, i lieti fini fittizi avranno stancato il pubblico, bisognerà pure che questo repertorio si trovi dinanzi al dilemma: rinnovarsi o morire. Per ora lasciamolo vivere, o verosimiglianza invidiosa! Tanto, non ti fa nessun torto.

Roma, agosto 1906.

Giustino L. Ferri